Indagine ‘cost-of-illness’ sull’artrite reumatoide. La remissione fa risparmiare 12.000 euro l’anno al paziente

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L’artrite reumatoide (AR) è una patologia infiammatoria cronica immuno-mediata che provoca dolore, rigidità, gonfiore e perdita di funzionalità articolare. Sebbene possa manifestarsi inizialmente in qualsiasi articolazione, l’AR insorge tipicamente nella mano e nel piede. Nel mondo ne soffrono 23,7 milioni di persone e circa 300.000 in Italia, con 5.000 nuove diagnosi ogni anno. Nel nostro Paese, il burden economico associato all’artrite reumatoide supera una spesa media annua di 2 miliardi di euro; di questi, circa 931 milioni sono attribuibili a costi diretti sostenuti dal SSN (45% del totale peso economico), circa 205 milioni sono a carico dei pazienti in termini di costi diretti non sanitari e circa 900 milioni di costi indiretti sono attribuibili a perdita di produttività per giornate di lavoro perse o prestazioni previdenziali. Da qui l’importanza di migliorare sempre di più la presa in carico e la resa terapeutica nei pazienti colpiti da questa malattia.

L’impatto economico dell’artrite reumatoide è dunque molteplice: da un lato i costi diretti caratterizzano il percorso assistenziale del paziente all’interno del SSN, con ricoveri ospedalieri, cure infermieristiche, prestazioni specialistiche, fisioterapia, dispositivi ortopedici e farmaci; dall’altro, una persona affetta da AR non sempre riesce a lavorare a pieno regime, con conseguente riduzione della produttività o, in molti casi, con relativo ricorso alle prestazioni fornite dal sistema previdenziale, come assegni ordinari di invalidità, pensioni di inabilità e indennità di accompagnamento (costi indiretti).

La remissione clinica deve essere quindi l’obiettivo prioritario nel trattamento dell’artrite reumatoide, definita come l’assenza di segni e sintomi e dell’attività infiammatoria della malattia. Ma quanto raggiungere la remissione può far risparmiare in termini economici? A stimarlo una ricerca presentata oggi da AbbVie presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato: si tratta dei risultati di un’analisi di cost-of-illness condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore per determinare l’impatto economico legato alla gestione del paziente adulto con AR in fase attiva da moderata a severa. Lo studio porta a considerare la remissione clinica della malattia come un obiettivo comune per il reumatologo e per il paziente che consentirebbe di ridurre il peso economico per il SSN e per il paziente.

“I risultati dell‘analisi rappresentano i primi dati italiani sul valore economico della remissione nell’AR – dichiara Americo Cicchetti, Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore di Altems – In particolare, vogliamo soffermarci sull’impegno economico che grava sulle spalle sia del paziente che del caregiver: la mancata remissione nell’AR, soprattutto nelle forme più severe della patologia, causa ad esempio assenteismo e perdita di produttività, sia per il paziente che per il caregiver: il primo può arrivare a perdere più di 5 giornate lavorative al mese, circa 72 ore al mese, 892 l’anno quindi, che corrispondono ad una perdita economica di più di 12.000,00 € l’anno; il secondo si attesta sulle 25 ore al mese, 300 l’anno per una perdita economica di circa 450,00 € l’anno”.

“Si tratta di una patologia – spiega Gian Domenico Sebastiani, presidente della Società Italiana di Reumatologia (SIR) – che può provocare dolore intenso alle articolazioni, gonfiore, rigidità e perdita di funzionalità, provocando conseguenze invalidanti. Generalmente colpisce le mani, i piedi e i polsi e un sintomo generale è la stanchezza. I pazienti possono avere improvvise riacutizzazioni, ovvero periodi in cui i sintomi peggiorano, difficili da prevedere. La remissione clinica è un obiettivo di primaria importanza per il reumatologo e, soprattutto oggi che abbiamo ampliato l’armamentario terapeutico, raggiungere la remissione è possibile per almeno il 50-60% dei pazienti: oggi abbiamo numerosi farmaci con un ottimo profilo di efficacia e sicurezza che consentono non solo di far scomparire non solo i disagi, ma soprattutto di bloccare l’accumulo del danno a livello articolare e degli organi interni, cosa che evita la progressione della disabilità. L’Italia però sconta ancora una oggi una carenza di specialisti reumatologi che crea disagi e aumenta le spese a livello individuale”.

“L’artrite reumatoide è una patologia cronica – ricorda Fausto Salaffi, Professore Associato di Reumatologia presso la clinica Reumatologica dell’Ospedale di Jesi (Ancona) – dalla quale non è possibile guarire. Tuttavia, nel corso degli ultimi 20 anni, i progressi ottenuti hanno consentito a molti pazienti di raggiungere la remissione, che può essere definita come la condizione in cui i segni e i sintomi della patologia sono completamente assenti o comunque si manifestano raramente. I pazienti in remissione – continua – hanno una qualità di vita migliore, una maggiore funzionalità fisica e anche una superiore capacità lavorativa rispetto ai pazienti con bassa attività di malattia. Il reumatologo dovrebbe sempre applicare un controllo stretto della patologia, consentendo al paziente di raggiungere la remissione in tempi rapidi: dovremmo tutti poter lavorare con questo obiettivo, che chiamiamo ‘treat to target’, e in un mondo ideale il paziente dovrebbe essere indirizzato alla terapia entro 12 settimane dall’esordio dei sintomi e dovrebbe essere visitato ogni 3 mesi. Questo è lo standard a cui dobbiamo puntare”.

“La remissione clinica deve rappresentare l’obiettivo prioritario nel trattamento dell’artrite reumatoide – afferma Antonella Celano, Fondatore e Presidente APMARR, Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare – essere in remissione non vuol dire aver sconfitto la patologia e ogni paziente la interpreta in modo differente: per alcuni coincide con la totale assenza di sintomi, altri invece la definiscono così quando manifestano solo riacutizzazioni occasionali. La remissione, in particolare quando è continua e duratura, consente a noi persone affette da AR di vivere una vita normale, potendo continuare a lavorare e senza dover rinunciare a qualcosa anche dal punto di vista sociale”.

“L’obiettivo delle associazioni di pazienti è di supportare e aiutare concretamente tutte le persone affette da malattie reumatiche – prosegue Silvia Tonolo, Presidente ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici) – Il percorso che porta all’accettazione della patologia è lungo e tortuoso, parlare di AR costituisce spesso un tabù anche perché è una patologia non ancora molto conosciuta, al contrario delle malattie cardiovascolari o delle patologie oncologiche. Incertezza, frustrazione oltre che dolore e affaticamento incidono in diversa misura sulle persone; per questo è di vitale importanza il confronto aperto e diretto tra medico e paziente che deve avere come obiettivo principale la remissione clinica della malattia”.

L’incontro è stato anche l’occasione per presentare “Complete the Picture – Non accontentarti di una vita a metà: parla con il tuo reumatologo”, la campagna informativa sulla AR promossa da AbbVie e realizzata con il patrocinio di APMARR e ANMAR, incentrata su www.missioneremissione.it, un sito web in cui è possibile trovare informazioni sulla patologia e consigli pratici per la sua gestione quotidiana, video di approfondimento con reumatologi, nutrizionisti, psicologi e fisiatri. “L’idea della creatività della campagna, che propone una chitarra tagliata a metà, nasce dalla consapevolezza che vivere con l’artrite reumatoide non sia semplice e costringe a fare delle rinunce, non riuscendo a vivere a pieno la propria vita – conclude Annalisa Iezzi, Direttore Medico di AbbVie – troppi pazienti con artrite reumatoide non raggiungendo la remissione della malattia sono costretti a vivere una vita a metà, proprio come la chitarra della campagna. Siamo orgogliosi di portare avanti questa iniziativa di sensibilizzazione e fermamente convinti che il lavoro congiunto tra aziende, clinici, Associazioni di pazienti e Istituzioni sia fondamentale per migliorare la qualità di vita delle persone affette dalle patologie reumatologiche”.

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